GRUPPO DI STUDIO: THASHUNKA WITKO - CAVALLO PAZZO
NON SI VENDE LA TERRA
SULLA QUALE LA GENTE CAMMINA
Prologo – I nativi americani
Agli inizi del secolo XVI, quando giunsero i primi coloni europei, il Nord America era abitato da circa un milione di Pellerossa raggruppati in 400 tribù e in circa 300 famiglie linguistiche. Nelle fertili regioni orientali vivevano tribù di agricoltori sedentari, come gli Irochesi e i Cherokee; anche le calde terre del sud-ovest erano abitate da popoli di agricoltori, come i Navajo e gli Hopi. Più dure invece le condizioni di vita delle tribù sparse nei deserti dell’ovest, dove la principale fonte alimentare era costituita da radici e tuberi; ancora più a ovest le tribù indiane si dedicavano principalmente alla pesca del salmone e alla caccia. Tuttavia il gruppo più numeroso era nelle grandi praterie, dove vivevano le tribù dei Sioux, dei Cheyenne e dei Comanche. Questi indiani nomadi cacciavano negli sterminati spazi della prateria daini, antilopi, ma soprattutto bisonti. Dai bisonti, infatti, gli indiani delle praterie ricavavano quasi tutto il necessario per vivere. Quando i bianchi penetrarono nella regione delle praterie, praticarono una caccia spietata ai bisonti che diminuirono rapidamente di numero e rischiarono di estinguersi. I cacciatori bianchi contribuirono così all’estinzione dei popoli Pellerossa che non potevano vivere senza questi animali. Ma lo sterminio dei popoli indiani fu portato a termine soprattutto dagli eserciti americani e inglesi che pur di espandersi all’interno del Nord America cacciarono ingiustamente i nativi americani dalle loro terre e proprietà compiendo veri e propri massacri senza risparmiare donne e bambini. I Pellerossa vennero letteralmente annientati attraverso uno spietato genocidio. Oggi gli indiani non formano più una nazione, non sono più un popolo padrone della terra in cui vive, capace di esprimere una sua cultura e una sua civiltà. Infatti una parte di essi si è integrata completamente nella civiltà bianca, mentre un’altra parte vive in alcune centinaia di riserve sparse nel territorio statunitense e in quello canadese.
Tashunka Witko – Cavallo Pazzo
Tashunka Witko (Cavallo Pazzo) nacque intorno al 1844 ai piedi della Paha Sapa (Black Hills) ritenuto dai Lakota, sua tribù di appartenenza, un luogo sacro.
Le sue fattezze fisiche, lo ritraggono diverso dalla comune fisionomia Lakota.Viene Descritto infatti con i capelli abbastanza chiari e riccioluti e di carnagione pallida, almeno al confronto degli altri Lakota. Sin da bambino dimostrò le sue incredibili doti di coraggio e di guerriero, si mise in risalto più volte contro gli storici nemici appartenenti alle tribù Crow, Pownee, Shoshoni, Arapaho e Arikara.
Il 22 Agosto 1855 il colonnello Harney, veterano delle guerre indiane, con a seguito 1300 soldati e 6 cannoni, uscì da Fort Laramie con l’obiettivo di annientare il villaggio indiano di capo “Piccolo Tuono” accampato sulle rive di un torrente chiamato Blue Water Creek. Arrivato al villaggio indiano il 3 settembre 1855, dopo una finta trattativa con il capo indiano aprì il fuoco all’improvviso, facendo una strage. I guerrieri indiani, presi di sorpresa, cercarono di difendersi quanto possibile ma il bilancio delle vittime fu tremendo, 170 morti fra uomini donne e bambini.
Tashunka Witko che stava tornando al villaggio dopo una giornata di gioco e di caccia alla visione dell’accaduto rimase completamente sconvolto. Da quel momento in poi avrebbe fatto “tremare” le gambe al popolo invasore.
La ricerca della visione o più esattamente “Hanbleceya” in lingua Lakota, era, ed è, un’esperienza individuale che una persona intraprende con lo scopo di trovare la propria strada, ottenere potere spirituale prima di un’importante prova o, un tempo, prima di una spedizione di guerra.
Nella “visione”, gli fu indicato quale percorso doveva intraprendere per proteggere il proprio popolo, e a quali regole doveva attenersi per conservare il potere “Sacro” che gli era stato concesso ed infine, anche se Tashunka Witko non ne capì subito il significato, quale sarebbe stato il suo destino.
Cavallo Pazzo combattè nella guerra del 1865-1868 guidata dal capo degli Oglala Sioux Nuvola Rossa contro i coloni americani del Wyoming, giocando un ruolo chiave in alcune battaglie decisive.
Il 21 Dicembre 1866, una colonna di 82 militari, comandata dal capitano Fetterman uscì da Fort Kearny per soccorrere alcuni carri appositamente attaccati dai Lakota. Tashunka Witko concentrò tutti i suoi guerrieri contro i soldati ormai in trappola, annientandoli completamente in poco meno di un’ora. Anche se tra i Lakota ci furono delle perdite (circa 60 guerrieri), la sconfitta di Fetterman impressionò molto il governo degli Stati Uniti, creando uno stato di allerta generale.
Cavallo Pazzo guadagnò la sua fama tra i Lakota non solo per la sua destrezza e audacia in battaglia, ma anche per la sua fiera determinazione nel preservare il modo di vivere tradizionale della sua gente.
Il 6 Novembre 1869, il capo Oglala Nuvola Rossa forse rassicurato dalle promesse del governo, firmò il trattato di pace, dove si impegnava a deporre le armi. Tashunka Witko come sempre non partecipò a nessuna trattativa.
Combattè anzi per impedire gli insediamenti degli americani nelle terre dei Sioux in seguito al Trattato di Fort Laramie del 1868, contribuendo alla riuscita degli attacchi alla spedizione nelle Colline Sacre (le Black Hills) inviata dal Generale Georg Armstrong Custer nel 1873. Quando nel 1876 il Dipartimento per la guerra ordinò a tutte le bande Lakota di rientrare nell’ambito delle riserve loro assegnate, Cavallo Pazzo divenne uno dei leader della resistenza indiana. Strettamente alleato ai Cheyenne, riuscì a radunare un contingente congiunto di Sioux e Cheyenne di 1200 uomini.
Il 17 giugno sotto la guida di Tashunka Witko i Lakota e i Cheyenne intercettarono la colonna di soldati del generale Crook attaccandoli ripetutamente sul fiume Rosebud. Spostando continuamente, i sui guerrieri su diversi fronti ,Tashunka Witko costrinse la mattina seguente il generale Crook a ritirarsi verso il suo campo-base. I Lakota con tutti i loro alleati decisero poi di spostarsi verso il fiume Little Big Horn.
Mentre Crook si ritirava, un’ altra colonna di 600 soldati avanzava verso i Lakota. Ma commisero un errore fatale, invece di rimanere uniti si divisero in tre battaglioni, il primo quello che attaccò all’improvviso formato da 190 uomini sotto la guida del Maggiore Marcus Reno fu prontamente respinto dai guerrieri, il secondo comandato dal Capitano Beenten (inspiegabilmente in ritardo secondo il piano previsto) invece di muovere insieme a Reno per contrattaccare si ritirò su una collina attuando una disperata linea difensiva.
Tashunka Witko in tutti quei frenetici momenti fece da coordinatore ai guerrieri spronandoli a combattere con grande coraggio.
Visti i soldati, arrivare Tashunka Witko vi si lanciò contro insieme al valoroso guerriero Hunkpapa Gall, innescando dei furiosi a corpo a corpo. In poco più di un’ora circa 2.500 guerrieri travolsero e uccisero tutti i soldati compreso il loro comandante. Complessivamente dei 780 soldati 268 morirono quel giorno e almeno 60 guerrieri persero la vita.
Dopo la catastrofica sconfitta il governo degli Stati uniti inviò subito dei rinforzi a Crook ed emanò una legge la quale prevedeva l’immediata cessione delle colline nere e i monti Big Horn. Se la legge non fosse stata rispettata, il governo avrebbe cessato di fornire qualsiasi tipo di assistenza agli indiani nelle riserve, in poche parole li avrebbe fatti morire di fame. A quel punto tutti i capi delle riserve approvarono la legge tranne Tashunka Witko e Tatanka Yotanka.
uttavia a causa della continua pressione militare su gente che, dopotutto, non poteva contare su una costante forza militare e che doveva fare i conti con la presenza delle famiglie, unitamente alla spaventosa diminuzione della presenza del bisonte nelle praterie del nord, costrinse Cavallo Pazzo alla resa.
Il 6 Maggio 1877 alla testa di 900 Oglala e 1000 cavalli si diresse verso Fort Robinson per consegnarsi al tenente Philo Clark, disarmato si consegnò ai militari sotto l’acclamazione degli indiani presenti.
Nel settembre del 1877 lasciò la riserva senza autorizzazione per portare sua moglie ammalata ai suoi familiari. Il generale Geoge Crook ordinò che fosse arrestato, temendo che stesse organizzando un suo ritorno alle armi. Sulle prime Cavallo Pazzo non si oppose all’arresto, ma quando comprese che lo stavano conducendo in una cella, cominciò a lottare e, mentre le sue armi venivano tenute da uno degli ufficiali, un soldato lo ferì a morte colpendolo alla schiena con una baionetta.
Nel forte diverse furono le reazioni nei confronti dell’irriducibile, c’è chi gli fece buone proposte e chi invece lo calunniò cercando di mettergli i bastoni tra le ruote.
Per diversi motivi si arrivò all’arresto del capo guerriero, stabilirne le cause precise non è cosa semplice visti i continui complotti contro di lui, si pensa addirittura che il capo Nuvola Rossa accecato dalla gelosia architettò un piano per farlo arrestare e che a complicare ulteriormente le cose fu una traduzione sbagliata fatta da un interprete in un colloquio tra Tashunka Witko e i vertici militari.
In qualche modo, i suoi genitori riusc
irono a prelevare la salma del loro povero figlio dal forte per poi vegliarlo secondo le usanze Lakota.
Il corpo avvolto in un sudario di pelle di bisonte dipinto di rosso, rivolto verso padre
cielo, venne poggiato sulle braccia di un
.
grande albero e vegliato per quattro giorni e quattro notti per poi essere sepolto in un luogo segreto.
Più volte ricercatori bianchi hanno tentato di trovare le sue reliquie ma per circostanze a volte misteriose nessuno vi è ancora riuscito. Sembra che gli unici a sapere il luogo della sepoltura siano sette “WICASA WAKAN” (UOMINI SACRI) che si tramandano da generazione in generazione il segreto.
PER MARIO
"GUARDA, IN LOTTA ARDENTE S' ACCENDON LE FORZE IN CONTESA,

E' ANCORA MORTE IN AFGHANISTAN.

Martedì mattina, ha perso la vita Giorgio Langella, soldato italiano impegnato nella missione di pace a Kabul.
Oggi più che mai ci sentiamo lontani da chi colpisce alle spalle, lontani dal cieco terrorismo che continua A mietere vittime innocenti.
ESPRIMIAMO IL NOSTRO CORDOGLIO ALLA FAMIGLIA DI GIORGIO, CADUTO MENTRE COL SUO IMPEGNO COSTRUIVA LA PACE IN UN TERRITORIO CHE LA PACE, QUELLA VERA, NON L' HA MAI CONOSCIUTA.
PAOLO BORSELLINO: L' ESEMPIO.
19 Luglio 1992 - 19 Luglio 2006
Se la gioventù le negherà il consenso, anche l' onnipotente, misteriosa mafia svanirà come un incubo.

Paolo Borsellino nasce a Palermo il 19 gennaio 1940 in una famiglia borghese, nell'antico quartiere di origine araba della Kalsa. Entrambe i genitori sono farmacisti. Frequenta il Liceo classico "Meli" e si iscrive presso la facoltà di Giurisprudenza di Palermo: all'età di 22 anni consegue la laurea con il massimo dei voti.
Membro dell'esecutivo provinciale, delegato al congresso provinciale, nel periodo universitario Paolo Borsellino viene anche eletto come rappresentante studentesco nella lista del Fuan Fanalino.
Pochi giorni dopo la laurea subisce la perdita del padre. Prende così sulle sue spalle la responsabilità di provvedere alla famiglia. Si impegna con l'ordine dei farmacisti a tenere l'attività del padre fino al conseguimento della laurea in farmacia della sorella. Tra piccoli lavoretti e le ripetizioni Borsellino studia per il concorso in magistratura che supera nel 1963.
L'amore per la sua terra, per la giustizia gli danno quella spinta interiore che lo porta a diventare magistrato senza trascurare i doveri verso la sua famiglia. La professione di magistrato nella città di Palermo ha per lui un senso profondo.
Nel 1965 è uditore giudiziario presso il tribunale civile di Enna. Due anni più tardi ottiene il primo incarico direttivo: Pretore a Mazara del Vallo nel periodo successivo al terremoto.
Si sposa alla fine del 1968, e nel 1969 viene trasferito alla pretura di Monreale dove lavora in stretto contatto con il capitano dei Carabinieri Emanuele Basile.
E' il 1975 quando Paolo Borsellino viene trasferito al tribunale di Palermo; a luglio entra all'Ufficio istruzione processi penali sotto la guida di Rocco Chinnici. Con il Capitano Basile lavora alla prima indagine sulla mafia: da questo momento comincia il suo grande impegno, senza sosta, per contrastare e sconfiggere l'organizzazione mafiosa.
Nel 1980 arriva l'arresto dei primi sei mafiosi. Nello stesso anno il capitano Basile viene ucciso in un agguato. Per la famiglia Borsellino arriva la prima scorta con le difficoltà che ne conseguono. Da questo momento il clima in casa Borsellino cambia: il giudice deve relazionarsi con i ragazzi della scorta che gli sono sempre a fianco e che cambieranno per sempre le sue abitudini e quelle della sua famiglia.
Borsellino, magistrato "di ottima intelligenza, di carattere serio e riservato, dignitoso e leale, dotato di particolare attitudine alle indagini istruttorie, definisce mediamente circa 400 procedimenti per anno" e negli anni si distingue "per l'impegno, lo zelo, la diligenza, che caratterizzano la sua opera". Per questi e altri lusinghieri giudizi a Borsellino viene conferita la nomina a magistrato d'appello con deliberazione in data 5 marzo 1980, dal Consiglio Superiore della Magistratura.
Anche nei periodi successivi continua a svolgere le sue funzioni presso l'ufficio d'istruzione del Tribunale, dando ulteriore, luminosa dimostrazione delle sue qualità, veramente eccezionali, di magistrato e, particolarmente, di giudice inquirente.
Viene costituito un pool che comprende quattro magistrati. Falcone, Borsellino e Barrile lavorano uno a fianco all'altro, sotto la guida di Rocco Chinnici. E' nei giovani la forza su cui contare per cambiare la mentalità della gente e i magistrati lo sanno. Vogliono scuotere le coscienze e sentire intorno a sé la stima della gente. Sia Giovanni Falcone sia Paolo Borsellino hanno sempre cercato la gente. Borsellino comincia a promuovere e a partecipare ai dibattiti nelle scuole, parla ai giovani nelle feste giovanili di piazza, alle tavole rotonde per spiegare e per sconfiggere una volta per sempre la cultura mafiosa.
Fino alla fine della sua vita Borsellino, nel tempo che gli rimane dopo il lavoro, cercherà di incontrare i giovani, di comunicargli questi nuovi sentimenti e di renderli protagonisti della lotta alla mafia.
Si chiede la promozione di pool di giudici inquirenti, coordinati tra loro ed in continuo contatto, il potenziamento della polizia giudiziaria, l'istituzione di nuove regole per la scelta dei giudici popolari e di controlli bancari per rintracciare i capitali mafiosi. I magistrati del pool pretendono l'intervento dello stato perché si rendono conto che il loro lavoro, da solo, non basta.
Chinnici scrive una lettera al presidente del tribunale di Palermo per sollecitare un encomio nei confronti di Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, utile per eventuali incarichi direttivi futuri. L'encomio richiesto non arriverà.
Poi il dramma. Il 4 agosto 1983 viene ucciso il giudice Rocco Chinnici con un'autobomba. Borsellino è distrutto: dopo Basile anche Chinnici viene strappato alla vita. Il leader del pool, il punto di riferimento, viene a mancare.
A sostituire Chinnici arriva a Palermo il giudice Caponnetto e il pool, sempre più affiatato continua nell'incessante lavoro raggiungendo i primi risultati. Nel 1984 viene arrestato Vito Ciancimino e si pente Tommaso Buscetta: Borsellino sottolinea in ogni momento il ruolo fondamentale dei pentiti nelle indagini e nella preparazione dei processi.
Comincia la preparazione del Maxiprocesso e viene ucciso il commissario Beppe Montana. Ancora sangue, per fermare le persone più importanti nelle indagini sulla mafia e l'elenco dei morti è destinato ad aumentare. Il clima è terribile: Falcone e Borsellino vengono immediatamente trasferiti all'Asinara per concludere le memorie, predisporre gli atti senza correre ulteriori rischi.
All'inizio del maxiprocesso l'opinione pubblica inizia a criticare i magistrati, le scorte e il ruolo che si sono costruiti.
Conclusa la monumentale istruttoria del primo maxi-processo all'organizzazione criminale denominata "Cosa Nostra" insieme al collega Giovanni Falcone, unitamente al dott. Leonardo Guarnotta e al dott. Giuseppe Di Lello-Filinoli, Paolo Borsellino chiede il trasferimento alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Marsala per ricoprire l'incarico di Procuratore Capo. Il CSM, con una decisione storica e non priva di strascichi polemici accoglie la relativa istanza sulla base dei soli meriti professionali e dell'esperienza acquisita da Paolo Borsellino negando per la prima volta validità assoluta al criterio dell'anzianità.
Borsellino vive in un appartamento nella caserma dei carabinieri per risparmiare gli uomini della scorta. In suo aiuto arriva Diego Cavaliero, magistrato di prima nomina, lavorano tanto e con passione. Borsellino è un esempio per il giovane Cavaliero. Teme che la conclusione del maxiprocesso attenui l'attenzione sulla lotta alla mafia, che il clima scemi e si torni alla normalità e per questo Borsellino cerca la presenza dello Stato, incita la società civile a continuare le mobilitazioni per tenere desta l'attenzione sulla mafia e frenare chi pensa di poter piano piano ritornare alla normalità.
Il clima comincia a cambiare: il fronte unico che aveva portato a grandi vittorie della magistratura siciliana e che aveva visto l'opinione pubblica avvicinarsi agli uomini in prima linea e stringersi intorno a loro, comincia a cedere.
Nel 1987 Caponnetto è costretto a lasciare la guida del pool a causa di motivi di salute. Tutti a Palermo attendono la nomina di Giovanni Falcone al posto di Caponnetto, anche Borsellino è ottimista. Il CSM non è dello stesso parere e si diffonde il terrore di veder distruggere il pool. Borsellino scende in campo e comincia una vera e propria lotta politica: parla ovunque e racconta cosa stia accadendo alla procura di Palermo; sui giornali, in televisione, nei convegni, continua a lanciare l'allarme. A causa delle sue dichiarazioni Borsellino rischia il provvedimento disciplinare. Solo il Presidente della Repubblica Francesco Cossiga interviene in suo appoggio chiedendo di indagare sulle dichiarazioni del magistrato per accertare cosa stia accadendo nel palazzo di giustizia di Palermo.
Il 31 luglio il CSM convoca Borsellino che rinnova le accuse e le sue perplessità. Il 14 settembre il CSM si pronuncia: è Antonino Meli, per anzianità, a prendere il posto che tutti aspettavano per Giovanni Falcone. Paolo Borsellino viene riabilitato, torna a Marsala e riprende a lavorare. Nuovi magistrati arrivano a dargli una mano, giovani e, a volte di prima nomina. Il suo modo di fare, il suo carisma ed i suo impegno in prima linea è contagiaso; lo affiancano con lo stesso fervore e con lo stesso coraggio nelle indagini su fatti di mafia. I pentiti cominciano a parlare: prendono forma le indagini su connessioni tra mafia e politica. Paolo Borsellino è convinto che per sconfiggere la mafia i pentiti abbiano un ruolo fondamentale. E' tuttavia convinto che i giudici debbano essere attenti, controllare e ricontrollare ogni dichiarazione, ricercare i riscontri ed intervenire solo quando ogni fatto sia provato. L'opera è lunga e complicata ma i risultati non tarderanno ad arrivare.
Da questo momento gli attacchi a Borsellino diventano forti ed incessanti. Le indiscrezioni su Falcone e Borsellino sono ormai quotidiane; si parla di candidature alla Camera o alla carica di Sindaco. I due magistrati smentiscono ogni cosa.
Comincia intanto il dibattito sull'istituzione della Superprocura e su chi porre a capo del nuovo organismo. Falcone, intanto, va a Roma come direttore degli affari penali e preme per l'istituzione della Superprocura. Si sente la necessità di coinvolgere le più alte cariche dello stato nella lotta alla mafia. La magistratura da sola non può farcela, con Falcone a Roma si ha un appoggio in più: Borsellino decide di tornare a Palermo, lo seguono il sostituto Ingroia e il maresciallo Canale. Maturati i requisiti per essere dichiarato idoneo alle funzioni direttive superiori - sia requirenti che giudicanti - pur rimanendo applicato alla Procura della Repubblica di Marsala Paolo Borsellino chiede e ottiene di essere trasferito alla Procura della Repubblica di Palermo con funzioni di Procuratore Aggiunto. Grazie alle sue indiscusse capacità investigative, una volta insediatesi presso la Procura di Palermo alla fine del 1991, è delegato al coordinamento dell'attività dei Sostituti facenti parte della Direzione Distrettuale Antimafia.
I Magistrati, con l'arrivo di Borsellino trovano nuova fiducia. A Borsellino vengono tolte le indagini sulla mafia di Palermo dal procuratore Giammanco, e gli vengono assegnate quelle di Agrigento e Trapani. Ricomincia a lavorare con l'impegno e la dedizione di sempre. Nuovi pentiti, nuove rivelazioni confermano il legame tra la mafia e la politica, riprendono gli attacchi al magistrato e lo sconforto ogni tanto si manifesta.
A Roma viene finalmente istituita la superprocura e vengono aperte le candidature; Falcone è il numero uno ma, anche questa volta, sa che non sarà facile. Borsellino lo sostiene a spada tratta sebbene non fosse d'accordo sulla sua partenza da Palermo. Il suo impegno aumenta quando viene resa nota la candidatura di Cordova. Borsellino esce allo scoperto, parla, dichiara, si muove: è di nuovo in prima linea. I due magistrati lottano uno a fianco all'altro, temono che la superprocura possa divenire un arma pericolosa se in possesso di magistrati che non conoscono la mafia siciliana.
Nel Maggio 1992 Giovanni Falcone raggiunge i numeri necessari per vincere l'elezione a superprocuratore. Borsellino e Falcone esultano, ma il giorno dopo nell'atto tristemente noto come la "strage di Capaci" Giovanni Falcone viene ucciso insieme alla moglie.
Paolo Borsellino soffre molto, il legame che ha con Falcone è speciale. Dalle prime indagini nel pool, alle serate insieme, alle battute per sdrammatizzare, ai momenti di lotta più dura quando insieme sembravano "intoccabili", al periodo forzato all'Asinara fino al distacco per Roma. Una vita speciale, quella dei due amici-magistrati, densa di passione e di amore per la propria terra. Due caratteri diversi, complementari tra loro, uno un po' più razionale l'altro più passionale, entrambi con un carisma, una forza d'animo ed uno spirito di abnegazione esemplari.
A Borsellino viene offerto di prendere il posto di Falcone nella candidatura alla superprocura, ma rifiuta. Resta a Palermo, nella procura dei veleni, per continuare la lotta alla mafia, diventando sempre più consapevole che qualcosa si è rotto e che il suo momento è vicino.
Vuole collaborare alle indagini sull'attentato di Capaci di competenza della procura di Caltanissetta. Le indagini proseguono, i pentiti aumentano e il giudice cerca di sentirne il più possibile. Arriva la volta dei pentiti Messina e Mutolo, ormai Cosa Nostra comincia ad avere sembianze conosciute. Spesso i pentiti hanno chiesto di parlare con Falcone o con Borsellino perché sapevano di potersi fidare, perché ne conoscevano le qualità morali e l'intuito investigativo. Continua a lottare per poter avere la delega per ascoltare il pentito Mutolo. Insiste e alla fine il 19 luglio 1992 alle 7 di mattina Giammanco gli comunica telefonicamente che finalmente avrà quella delega e potrà ascoltare Mutolo.
Lo stesso giorno Borsellino si reca a Villagrazia per rilassarsi. Si distende, va in barca con uno dei pochi amici rimasti. Dopo pranzo torna a Palermo per accompagnare la mamma dal medico: l'esplosione di un'autobomba sotto la casa di via D'Amelio strappa la vita al giudice Paolo Borsellino e agli uomini della sua scorta. E' il 19 luglio 1992.
Con il giudice perdono la vita gli agenti di scorta Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Cosina, Claudio Traina ed Emanuela Loi, prima donna poliziotto a essere uccisa in un attentato di mafia.
"Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare."
CONTRO TUTTE LE MAFIE!



